di MASSIMILIANO DE MARCO

La ripresa degli indici azionari americani dal minimo di fine marzo è oggettivamente impressionante, ed altrettanto lo è il cambio di narrazione. Non c’è alcun dubbio che il rally sia stato spinto dall’intervento della Fed, che ha di fatto replicato un “whateverittakes” dedicato al mercato azionario che negli ultimi anni è ormai preso come indice di benessere e come strumento di propaganda sullo stato di salute dell’economia.

L’intervento della Fed ai minimi è però il punto di arrivo di un percorso che ha visto diversi altri interventi durante il crollo di febbraio-marzo e che hanno segnato, al contrario, dei massimi locali: basti citare l’emergencycut del 3 marzo, che con un breve rialzo portò l’S&P500 sopra i 3100 punti (il livello dove stazioniamo oggi, tre mesi e mezzo dopo) per poi vederlo crollare in poco tempo.

 

La narrazione, dicevamo, è passata dell’essere Covid-centrica al focus sulle riaperture, parlando di una ripresa “a V”ad oggi non supportata dai dati macroeconomici. Anche il miracoloso dato sul tasso di disoccupazione rilasciato nella prima settimana di giugno è stato spiegato dal Bureau del Lavoro Usa come figlio di “aggiustamenti”.

Qual è il punto di queste considerazioni, e perché il titolo definisce questo rally “umano”?

La ragione va trovata nel fatto che, in un mondo di scambi ormai dominati dagli algoritmi, gli ultimi mesi sono stati la rivincita delle emozioni umane, che notoriamente sono paura e avidità. La paura ha esacerbato le prime settimane di aumento dei casi di Covid, i lockdown, i possibili effetti devastanti sull’economia, poi sulla protezione della FED è stata la volta dell’avidità che ha spinto il Nasdaq addirittura a nuovi massimi assoluti nonostante l’assenza di supporto dei dati macro e il fatto che l’ondata della pandemia, a livello mondiale, fa segnare ancora nuovi massimi di casi giornalieri.

Quando i movimenti diventano particolarmente bruschi, si sente dire che i mercati azionari scontano il futuro. Il primo dei grafici preoccupanti, quindi, è questo:

Ovvero che al momento gli utili attesi delle società che compongono il Dow Jones sono completamente decorrelati dall’andamento degli indici: primo indizio di euforia, il sentimento che meglio esprime gli estremi di avidità.

Il lockdown ha avuto poi un altro effetto collaterale: ha avvicinato molta gente che era chiusa in casa ad osservare e a voler provare ad operare sui mercati. È indicativo il caso di DavePortnoy, molto noto su Twitter per aver lanciato un sito di scommesse sportive, che in assenza di eventi si è convertito al day trading beneficiando del rally e fomentando una moltitudine di follower, a cui giornalmente dichiara che “stocksonly go up”. In rappresentanza di questi nuovi partecipanti sul mercato, Portnoy è finito sul New York Times. Secondo indizio di euforia, e qui arriva il secondo grafico che desta preoccupazione, ovvero il posizionamento dei trader retail in opzioni.

Nonostante il dato sia inquinato proprio dalla partecipazione di molti nuovi trader, non possiamo non rilevare quanto gli estremi abbiano preceduto delle correzioni o dei bear market.

 Un altro esempio di euforia, l’ultimo in esame e coincidente con l’ultimo massimo locale dell’S&P500 segnato l’8 giugno, è il caso Hertz. Titolo in bancarotta, proprio grazie agli acquisti retail (ampiamente documentati dai report della piattaforma RobinHood, molto in voga in America tra questi nuovi arrivati) è passato in tre giorni da 0,7 a oltre 6 euro, tanto che la compagnia ha annunciato di voler vendere nuove azioni per circa 1 miliardo di dollari, convinta di trovare domanda. Domanda per azioni di un’azienda già dichiarata fallita. Se non è euforia questa..

 Il dilemma del trader, come dell’investitore è: come può un umano dialogare con mercati influenzati daquesti estremi, che normalmente sono preludio a delle inversioni? Non possono: un vecchio adagio recita che il mercato può rimanere irrazionale più a lungo di quanto tu possa rimanere liquido.

 Se fossimo “logici”, la maggior parte dei segnali non giustificava un ritorno a questi prezzi, eppure chi li avesse contrastati sarebbe in forte perdita. Al contrario, abbracciare l’estremo implica il rischio che una violenta inversione possa lasciarci con il cerino in mano (vedere la discesa da oltre -5% dell’11 giugno).

 La soluzione al problema umano è, quindi, non umana: agli algoritmi non importa se il mercato è euforico, depresso, molto o poco volatile: ciò che conta è avere informazioni, gestirne in grande quantità, cogliere i segnali dei prezzi e adattarsi in modo efficiente.

Non ultimo, se i prezzi sono tornati a livelli di febbraio in cui le prospettive erano quelle di un mondo diverso, la volatilità non è tornata ai livelli di allora, e qualsiasi correzione la riporterebbe a livelli difficili da gestire senza emozioni da trader anche navigati.

La tecnologia è unemotional, efficiente, rapida e senza gli inevitabili pregiudizi perfettamente umani di logica o emozioni. Se c’è un momento adatto per esplorare le soluzioni di mercato, è esattamente questo.